The war, the kid

The war, the kid

Avevo 17 anni quando iniziò il conflitto.
Glia aerei da volavano sopra le mia testa due volte al giorno, al mattino e alla sera.
Sono passati più di quindici anni da allora, ci si organza per fare un viaggio a saraievo e la mia memoria naviga nei ricordi.
Ricordi di un conflitto a due passi da casa, ricordi di chi abitava nel confine con la ex jugolslavia e mi raccontava degli echi dei mortai e dei cannoni.
Un viaggio dove la guerra è un ricordo ancora ben radicato nelle persone di quei luoghi, dove lungo le strade hai ancora la possibilità di vedere i muri forati dai proiettili, i muri scrostati da una granata e i tetti dilaniati da un colpo di mortaio.

Mostar è stato un simbolo di questa guerra, un luogo strategico, dove per secoli hanno vissuto quattro etnie religiose e dove tutti hanno combattuto una guerra.
Abbiamo visitato una mostra fotografica esposta sull’ultimo edificio prima del ponte vecchio.
Immagini forti, dove povertà e distruzione erano pane quotidiano per quella gente.

Ho ripensato alla mia giovinezza, confrontata con quella dei ragazzini che si trovano costretti a diventare adulti subito, dove le armi hanno preso lo spazio dei giochi, dove la propria vita diventa un fragile come un fiore esposto alle intemperie, dove il tuo amico di ieri è diventato il tuo nemico di oggi, e ti ritrovi gettato in un mondo che mai avresti immaginato, che mai avresti voluto, dove devi nasconderti, e devi sparare o scappare per avere quella che chiami libertà.

Ti è piaciuto l'articolo? offrimi una birretta!

Comments are closed.